Fonte:
http://xoomer.alice.it/msorgia/page050.html
L'ESAME DELL'URINA ATTRAVERSO I SECOLI
di
Marco Sorgia
* da Biologia Oggi XI (1):
35-42, 1997
L'UROSCOPIA
L'uroscopia rappresenta il più antico
esame clinico di cui si sia mantenuto il ricordo storico, esso consisteva
nell'osservazione ad occhio nudo dell'urina e può essere considerato il
precursore dell'odierno esame dell'urina. La strada migliore da seguire per
vedere come tale esame sia mutato nel tempo, è quello di ricostruire come è
cambiato il modo di intendere e svolgere la "ricerca scientifica", insieme di
conoscenze che si sono continuamente rinnovate subendo via via l'influenza del
pensiero del proprio tempo.
Non si hanno notizie certe se l'uroscopia
fosse praticata dai medici delle civiltà più antiche come quella babilonese,
assira ed egiziana. Sono scarse le notizie che si hanno della medicina
babilonese, probabilmente la sua pratica era riservata ai sacerdoti e quasi
sicuramente sulle nozioni mediche prevalsero idee religiose e la magia
primitiva.
Maggiori informazioni ci sono giunte
sulla medicina egiziana, soprattutto attraverso frammenti di papiri di una
grande raccolta, alle cui origini stanno i cosiddetti "Libri Ermetici" del dio
Thoth. Questi libri, custoditi e consultati nei templi, venivano portati nelle
processioni rituali. Attraverso questi antichi reperti ci sono giunte, fra
l'altro, anche descrizioni dell'aspetto dell'urina che veniva indicata come:
"bianca, nebulosa, schiumosa, pigra, fangosa, nera e grassa". In base a questi
caratteri i medici erano in grado di stabilire una relazione tra le
caratteristiche dell'urina e la condizione del corpo rispetto allo stato di
salute.
Sia per quanto riguarda la medicina
babilonese che quella egiziana, si tratta di medicina empirica e magica, non
ispirata al desiderio di scoprire le cause delle malattie. La medicina greca,
invece, era avulsa dalla magia e fu definita da questo spirito di indagine
scientifica. Infatti secondo Platone (428-347 a.C.)
per indicare il sapere certo, la conoscenza esatta delle cose, deve essere usata
la parola "
"
che significa "scienza" contrapposta al termine "
"
che significa "opinione" che invece rappresentava il sapere volgare, incerto e
vago.
Come è intuibile l'esame dell'urina ha
subito una evoluzione legata a quelle che erano le conoscenze della anatomia e
fisiologia, naturalmente molta influenza ha avuto la filosofia. Per queste
ragioni prima di proseguire il discorso sull'uroscopia può essere utile ed
interessante soffermarci brevemente su quale significato veniva dato ai reni e
quale si pensava fosse l'origine dell'urina.
Pitagora
(571-497 a.C.) e la sua scuola ebbero un'influenza profonda sulla medicina,
poiché le loro idee stimolarono il pensiero critico e insegnarono agli uomini ad
indagare le cause per puro desiderio di conoscenza, indipendentemente
dall'utilità pratica dei risultati. Secondo Pitagora l'urina faceva parte,
insieme al sangue ed ai vari vapori (respiro), dei tre liquidi che costituivano
il corpo umano.
La nascita dell'uroscopia si fa risalire
alla scuola fondata dal medico greco Ippocrate
(460-375 a.C.), che rappresenta il maggiore esponente della medicina greca. Egli
considerava l'urina come parte del sangue: uno dei quattro umori dai quali
dipendevano tutti i fenomeni vitali. Gli altri erano il flegma, la bile gialla e
la bile nera o atrabile. Per la prima volta la malattia viene considerata come
un male dell'intero organismo e non di una sola parte di esso. Con la scuola
ippocratica l'uroscopia assunse un vero e proprio valore semeiologico; questa
interpretazione ebbe un notevole influsso non solo sul pensiero scientifico del
tempo ma anche del millennio successivo.
In seguito Galeno
(130-200 d.C.), considerò l'urina come il residuo della digestione. Durante la
digestione ed assimilazione dei cibi solidi e delle bevande, venivano distinte
tre fasi successive chiamate rispettivamente: "prima, seconda e terza cottura".
Durante la prima cottura, che avveniva nello stomaco, il cibo era trasformato in
un succo simile all'acqua d'orzo (chilo). Una parte di questo succo attraverso
le vene passava direttamente al fegato, mentre una parte proseguiva
nell'intestino. La quantità maggiore di questo succo raggiungeva il fegato
attraverso le vene mesenteriche, la vena porta ed i vasi chiliferi, descritti da
Erisistrato di Alessandria (III sec. a.C.) come
"vasi lattei". Solo una porzione, non utilizzabile, veniva eliminata come feci.
Il fegato era sede della seconda cottura: qui il chilo subiva una "fermentazione
e bollitura" diventando "sangue perfetto o nutritivo". Per mezzo delle vene
epatiche il sangue nutritivo lasciava il fegato e si versava nelle vene cave,
attraverso le quali poteva giungere in tutte le parti del corpo. L'assimilazione
del sangue nutritivo da parte dei tessuti costituiva la terza cottura.
Durante le prime due cotture venivano
prodotte delle impurità che dovevano essere eliminate. A questo scopo, secondo
Galeno, la natura aveva predisposto degli organi cavi che avevano il compito di
attirare gli scarti degli umori per poi espellerli attraverso dei canali. Così
la cistifellea attirava la bile gialla; i polmoni, lo stomaco, il cervello e le
articolazioni attiravano il flegma; la milza attirava la bile nera. L'urina
invece rappresentava una impurità sistemica formata dal fegato a partire dalle
"superfluità" del sangue e degli altri umori. L'urina veniva attirata nei reni
dalle vene emulgenti (vene renali). Dai reni attraverso l'uretere l'urina
raggiungeva la vescica.
Le nozioni di anatomia di Galeno, erano
basate sullo studio delle scimmie e dei maiali, dai quali egli trasferì le sue
scoperte all'anatomia umana, fornisce così anche la spiegazione di come il rene
potesse svolgere il ruolo di liberare il sangue dall'urina «interna» formata dal
fegato. Il rene era immaginato come un filtro formato da due seni separati da
una membrana contenente numerosi fori molto piccoli: nel seno superiore
sboccavano l'arteria e la vena emulgenti, mentre nel seno inferiore veniva
raccolta l'urina che vi filtrava; grazie alla capacità degli ureteri e con
l'aiuto del vapore, l'urina era condotta nella vescica.
Per oltre un millennio la vera funzione
dei reni rimase sconosciuta, tanto che le ipotesi di Pitagora, Ippocrate e
Galeno sulla formazione delle urine rimasero incontrastate. I reni erano
considerati come organi accessori che avevano la semplice funzione di filtro,
addirittura per un certo periodo questa funzione fu attribuita solo al rene
destro, mentre il rene sinistro avrebbe avuto il solo compito di condensare il
liquido spermatico formato dal cervello, prima di inviarlo nei testicoli. Una
simile struttura del rene fu accettata almeno fino al Rinascimento. Fu solo nel
XVII e nel XVIII secolo con i sempre più attenti studi di anatomia, di
istologia, di fisiologia in particolare quella riguardante la circolazione
renale, nonché la scoperta della chimica, che venne assegnato al rene il suo
vero ruolo: quello di organo produttore dell'urina.
L'esame eseguito da Ippocrate e dai suoi
allievi non si fermava alla semplice osservazione dell'aspetto dell'urina, come
potrebbe far pensare il termine uroscopia, ma faceva parte dell'indagine anche
un attento studio del colore, della densità, dell'odore e del sapore. Gli
ippocratici classificavano i vari aspetti dell'urina distinguendo in "tenuis,
crassa, albicans, biliosa, rubra, aeruginosa, varia" che corrispondeva a:
limpida, torbida, biancastra, verdastra, rossa, bruna, con aspetto diverso.
Successivamente Galeno dedicò
all'osservazione dell'urina alcuni suoi scritti nei quali puntualizzava
l'importanza che l'uroscopia aveva nella diagnosi delle malattie. In particolare
all'urina ed alla uroscopia dedicò un libro, il "De Urinis", nel quale sviluppa
ampiamente l'argomento considerando oltre l'aspetto anche il sedimento urinario.
Dopo la caduta dell'Impero romano
d'Occidente, l'uroscopia ebbe un nuovo interesse da parte della medicina
bizantina, assumendo un ruolo ancora maggiore, tanto che venne considerata il
metodo di indagine principale.
Nel VII secolo un monaco e medico,
Teofilo Protospatario, a Costantinopoli, descrisse
per primo l'aspetto nebuloso e fioccoso che è possibile evidenziare riscaldando
le urine dei soggetti con proteinuria. Scrisse un trattato completo sull'urina
che ebbe un notevole successo. Fu tradotto in latino nel XV secolo col titolo "Tractatus
de urinis", quest'opera ebbe tanto credito che restò valida, tanto in Occidente
che in Oriente, fino al XVIII secolo. Secondo Teofilo Protospatario:
"L'uroscopia non rappresenta soltanto il solo mezzo per giudicare correttamente
una malattia, ma rappresenta il mezzo anche per prevenirla".
Dopo i medici bizantini anche quelli
arabi continuarono a seguire gli schemi sviluppati precedentemente da Ippocrate
e da Galeno. I medici arabi costruirono il loro sistema medico in modo logico e
bene articolato, aggiungendo alle prime traduzioni dal greco le loro
osservazioni originali.
Nell'XI secolo
Isacco Ebreo, figlio adottivo di Salomone re d'Arabia, medico del
governatore della Tunisia, descrisse le caratteristiche del contenitore ideale
per l'osservazione dell'urina. Tale contenitore denominato "matula", doveva
avere la forma della vescica, fatta di "vetro bianco, sottile, chiaro, molto
trasparente, meglio ancora se di cristallo o vetro di Venezia". La matula
divenne il simbolo del medico, tanto è vero che in molte raffigurazioni,
soprattutto del Medioevo, il medico veniva rappresentato mentre osservava
controluce l'urina del malato contenuta nella matula. Molti artisti di questo
periodo raffigurarono anche medici del passato, tanto che sono rimaste famose le
raffigurazioni di Ippocrate, o dei Santi Cosma e Damiano patroni e protettori
dei medici, mentre utilizzavano la matula, ma non sono rare anche le
raffigurazioni nelle quali la matula è posta nelle mani di Gesù, considerato il
Medico supremo delle anime e dei corpi.
Nel Medioevo, decaduta la gloria e la
grandezza della medicina greco-romana, la medicina attraversò un periodo di
declino in cui si dovette allineare alle tradizioni. Arcaici erano i concetti
sulle malattie: diagnosi e prognosi venivano tratti o dai vari segni dello
zodiaco che erano creduti influenzare gli organi del corpo umano, o
dall'osservazione delle urine. Le conoscenze uroscopiche pur rimanendo quelle
delle scuole di Ippocrate e di Galeno assunsero una importanza sempre maggiore.
Nonostante il periodo medioevale sia
considerato un periodo di involuzione, superstizione, inerzia, tuttavia non si
può dire che la medicina medioevale presenti sempre un quadro così scoraggiante,
anche questo periodo diede il suo modesto, ma pur sempre importante, contributo
alla scienza medica.
Nei secoli XI-XII si afferma la Scuola
Salernitana, la più antica e famosa del medioevo, che influenzerà l'evoluzione
ulteriore della medicina soprattutto dettando le regole per un corretto modo di
vita. La Scuola Salernitana ebbe un grande maestro: Gilles
de Corbeil (Aedigius Corboliensis) (c. 1200) proprio nel periodo del suo
massimo splendore (1110-1300). Questi si occupò dell'uroscopia e seguendo la
moda del tempo compose due poemi in esametri: uno sull'urina "De urinis" e
l'altro sul polso "De pulsibus". Nel "De urinis" Gilles de Corbeil,
uniformandosi alle teorie dei medici salernitani alla "derivatio nominis"
ripropone tre ipotesi sulla etimologia della parola urina, già formulate in
precedenza dal suo maestro Mauro. Nella prima ipotesi la parola urina viene
fatta derivare dal latino per sostituzione e contrazione delle parole "una
renibus" in "urina": "urina dicitur quia fit in
renibus una", "si chiama urina quella che diventa una cosa nei reni" nel
senso che assume una sua identità nei reni. Nella seconda ipotesi la parola
urina viene fatta derivare dal greco "
"
che significa "determinazione": "l'urina rispecchia le condizioni interne del
corpo". Nella terza ipotesi il termine urina deriverebbe dal verbo latino "urere"
che significa "bruciare", veniva infatti messa in evidenza la caratteristica
irritante della urina.
Davach de la
Rivière (secolo XII), la cui opinione era ampiamente condivisa dai medici
del suo tempo, sosteneva che: "Ci si deve convincere che la materia dell'urina
passa per tutto il corpo e circola con il sangue in tutte le sue parti, perciò
essa può indicarne le condizioni e tutte le sue malattie. Dal momento che non
possiamo penetrare all'interno dei malati come neppure in un vaso chiuso, è
conforme al diritto e al senso comune che possiamo formulare i nostri giudizi
attraverso il liquido che in esso si sparge, ne bagna tutte le parti e ne
trasporta parecchie come rifiuti". Questo illustre medico diede particolare
importanza al colore dell'urina egli era convinto che solo una tavolozza di
ventisei colori poteva rappresentare tutti i colori dell'urina ed era
sufficiente per ben conoscere il temperamento e lo stato di tutte le persone; a
differenza di altri medici che confrontavano il colore dell'urina con una
tavolozza che in genere conteneva solo da dieci a venti colori.
Al contrario di ciò che avvenne nel primo
Quattrocento e cioè un richiamo agli antichi che finì in un arido filologismo e
in sterile teoria dell'imitazione che fu spesso di impaccio allo sviluppo del
pensiero e alla stessa attività scientifica, nel Rinascimento (XV-XVI secolo),
la scienza ebbe maggiore fortuna e si svincolò dalla filosofia e dalla teologia
con cui spesso era stata confusa. Ma dopo che Galileo Galilei pagò con la
condanna e la costrizione ad abiurare il suo sforzo geniale, i suoi stessi
seguaci e molti medici si mossero poi con estrema prudenza, inclini più alla
sperimentazione che alla interpretazione degli esperimenti, più all'indagine
minuta che ai tentativi di larghe sintesi.
Naturalmente non tutto in questi
atteggiamenti di pensiero fu negativo o sterile, anzi bisogna valorizzare quanto
di nuovo si sviluppò.
Un grande contributo alla letteratura
urologica venne fornito da Johannes Actuarius
(secolo XVI) il quale scrisse un trattato intitolato "De urinis" che venne
stampato per la prima edizione a Venezia nel 1519 e ristampato successivamente
nel 1522 a Parigi. Johannes Actuarius fornisce una considerazione
sull'importanza che egli riservava all'uroscopia, rispetto ad altri mezzi di
indagine, infatti affermava: "... perché con l'urina tutto è chiaro davanti agli
occhi, mentre con il polso tutto è subordinato al tatto. Sembra più facile
giudicare in base a ciò che si vede piuttosto che in base a ciò che si tocca".
Abbiamo visto che l'uroscopia era una
pratica molto seguita, ma per ottenere delle informazioni utili era necessario
seguire delle regole; il trasgredire a queste regole avrebbe tolto qualsiasi
significato all'esame stesso. Erano conosciuti inoltre numerosi fattori che
dovevano essere tenuti presenti perché erano in grado di modificare le
caratteristiche dell'urina. I principali fra questi fattori erano rappresentati
da: l'ora dell'emissione, l'età del malato, il sesso, il temperamento,
l'alimentazione, l'attività fisica. Altri fattori potevano influenzare i
caratteri dell'urina erano il freddo ed il caldo, il variare delle stagioni,
tutti fattori che il medico che praticava l'uroscopia doveva considerare.
L'uroscopia, non si serviva solo della vista, ma era un esame complesso in cui
erano coinvolti anche gli altri sensi: l'olfatto, il gusto, il tatto e
addirittura l'udito. Nella tabella seguente sono riportati i principale fattori
che dovevano essere considerati durante l'esame uroscopico.
| L'aspetto | tenuis (limpida), crassa (torbida), albicans (biancastra), biliosa (verdastra), rubra (rossa), aeruginosa (bruna), varia (con aspetto diverso) |
| Il colore | il colore dell'urina deriva dal mescolamento dei colori dei quattro umori: il rosso del sangue, il bianco della flegma, il giallo scuso della bile gialla, il verdastro della bile nera |
| La sostanza
dell'urina e la sua consistenza |
era suddivisa in sei gradi: tenuità assoluta, relativa, densità media, grossolanità, spessore relativo ed assoluto (corrisponde all'attuale densità) |
| La quantità dell'urina | era in relazione alla quantità delle bevande, successivamente la poliuria fu messa in rapporto anche con alcune malattie; per esempio nel diabete "era dovuta ad un eccessivo riscaldamento dei reni che attiravano l'umidità dal fegato" |
| L'ora dell'urina | erano preferite le urine del mattino a digestione terminata |
| L'età del malato | a causa dell'eccesso di calore e di umidità l'urina rossa e densa nel bambino, bianca e densa nel vecchio a causa della abbondanza di flegma |
| Il sesso | l'urina della donna era densa e torbida, di colore bianco tendente al livido perché ha meno calore dell'uomo e vive nell'ozio, nell'uomo è più colorata perché contiene più sangue e bile |
| Il temperamento | aveva una certa influenza anche sul colore e sulla consistenza: citrina e tenue nel collerico, bianca e tenue nel flemmatico, bianca e densa nel melanconico, rossa e densa nel sanguigno |
| L'alimentazione | solida o liquida, calda o fredda, regime carneo o vegetale fanno assumere particolari caratteri all'urina; anche il vino influenza il colore, il vino rosso colora le urine, mentre il vino bianco le decolora |
| L'attività fisica | il calore del corpo per mezzo degli esercizi fisici colora le urine, per esempio chi pesca con la lenza e gli scrittori hanno una urina poco colorata a differenza di quella degli agricoltori e dei vignaioli |
Oltre queste caratteristiche
principali veniva dato anche particolare interesse ad un'altra caratteristica
dell'urina rappresentata dalle "cose contenute". Già dai tempi di Ippocrate
erano considerate come le uniche in grado di far giudicare l'urina in tutta
sicurezza, poiché erano il residuo della terza cottura, cioè rappresentavano il
superfluo dell'assimilazione e costituivano il sedimento nel fondo della matula.
Ma le cose contenute o "contenta" non rappresentavano solo il sedimento ma
comprendevano l'ipostasi ("contenta" che precipitavano nel fondo della matula),
i sublimia o enaeoremata ("contenta" che rimanevano sospese nella parte
intermedia della matula), e le nubecole ("contenta" più superficiali). In base
alla posizione che occupavano nell'urina le cose contenute venivano correlate
alle quattro porzioni del corpo: il cervello e gli organi vitali, il cuore ed i
polmoni, il fegato e gli organi della nutrizione, i reni e tutto ciò che si
trova sopra. Per esempio un cerchio presente nella prima regione era collegato
all'emicrania, un cerchio granuloso nella quarta regione dell'urina, che
corrispondeva ai reni, significava litiasi.
L'ARTE SPAGIRICA
L'opera di Galeno rappresentò il culmine
delle conoscenze della medicina greco-romana e rimase per secoli l'autorità
indiscussa e principale guida dei medici medioevali e del Rinascimento. Nel
secolo XVI venne fondata l'arte spagirica dal medico e filosofo svizzero
Philipp Theophrast Bombast von Hohenheim, più noto
con il nome umanistico di Paracelso (1493-1541) che prima di dare inizio ai suoi
corsi di medicina diede alle fiamme, sulla piazza, le opere di Galeno. Secondo
Paracelso ogni manifestazione del corpo umano dipendeva dalle proporzioni e
dall'azione dei tre elementi costitutivi (zolfo, mercurio e sale) e tutte le
malattie erano conseguenza di sproporzioni fra essi. Qualsiasi alterazione di
questo composto chimico poteva essere corretta solo con l'uso di sostanze
chimiche: era la nascita della chemioterapia. Per poter rivelare questi
disordini non era più sufficiente la semplice osservazione dell'urina, ma era
necessario indagare sul suo contenuto. Paracelso suddivideva il corpo umano in
tre regioni (testa, petto e ventre), l'urina veniva posta in un alambicco detto
"cucurbita di Paracelso" corrispondente all'homunculus. Il livello del vaso in
cui i vapori, rugiade o precipitati, si formavano riscaldando l'urina indicava
nell'homunculus la sede della malattia. Leonhard
Thurneysser Zum Thuurn (1531-1596), seguace di Paracelso, perfezionò un
apparecchio per la distillazione con scala graduata, di forma antropoide, ma
nonostante questo nuovo approccio all'analisi dell'urina non fu aggiunto molto
rispetto all'uroscopia.
All'inizio del Seicento fecero la loro
comparsa due strane teorie. Dovunque si faceva sentire, a quell'epoca, il
desiderio di mettere da parte il passato, sostituendo idee nuove e originali
alle opinioni tradizionali. Una delle teorie detta "iatrofisica" o "iatromeccanica",
considerava il corpo come una macchina, sforzandosi di spiegarne il
funzionamento, tanto nella salute quanto nella malattia, in termini fisici e
meccanici; un'altra invece, chiamata "iatrochimica", preferiva considerare la
vita come una serie di reazioni o processi chimici, ed il corpo come una sorta
di provetta. Ambedue queste tesi sono state indicate come concezioni
riduzioniste.
Si cominciò quindi ad andare oltre la
semplice pratica uroscopica". Fu il fiammingo Jan Baptist
Van Helmont (1577-1644), ad introdurre l'idea gravimetrica nell'esame
dell'urina; cioè paragonò la densità dell'urina a quella dell'acqua pluviale e
stabilì una scala di riferimento che oscillava tra 1010 e 1030: lo stesso
concetto che si utilizza ancora oggi tanto che gli stessi valori indicano una
densità fisiologica.
Qualche tempo dopo,
François de la Boë, detto Franciscus Sylvius (1614-1672), anch'egli
sostenitore della presenza di un disordine chimico all'origine delle malattie,
introduceva la nozione di acidità e di alcalinità nelle secrezioni del corpo
ritrovate nell'urina. Un altro grande clinico, contemporaneo di Franciscus
Sylvius, Thomas Willis (1621-1675) descrisse nel
"De urinis dissertatio epistolica" un procedimento di distillazione che portava
a scomporre "l'urina in molta acqua e sali, poco zolfo e sedimento e pochissimo
spirito". A Willis viene anche attribuito il merito di avere scoperto la
presenza dello zucchero nell'urina dei diabetici.
NASCITA DELLA BIOCHIMICA
Fu comunque verso l'inizio del 1700,
quando la chimica incominciò ad assumere una sua vera fisionomia scientifica,
che l'esame chimico nel senso moderno del termine prese il suo avvio.
Un anatomico e fisiologo di Pisa,
Bellini (1643-1704) riconobbe per primo, per il suo
gusto salato, la goccia di urina proveniente da una papilla renale. Bellini
dimostrò che dopo aver essiccato l'urina, se viene aggiunta una uguale quantità
di acqua rispetto a quella persa, si riottiene l'urina di partenza. Inoltre mise
in evidenza che durante l'essiccazione dell'urina è presente un cambiamento nel
gusto, nel colore e nell'odore; tali cambiamenti erano dovuti alle modificazioni
degli elementi che costituiscono l'urina stessa.
Nel 1693 un giovane olandese,
Hermann Boerhaave (1668-1738) si laureò in medicina
discutendo una tesi sulle escrezioni nelle malattie, con particolare interesse
per l'escrezione urinaria; durante i suoi studi riuscì ad isolare e descrivere
una sostanza presente nell'urina. La stessa sostanza fu, quasi dopo un secolo,
identificata come "exstractum saponosum urinae" da parte di
H.M. Rouel le Cadet nel 1773.
Fourcroy e Vauquelin nel 1779 attribuirono a
questa sostanza il nome urea.
Nel 1775 Domenico
Cotugno (1736-1822) dimostrava, per riscaldamento, la presenza
dell'albumina nell'urina di un idropico.
Ma è con l'inizio del secolo XIX, grazie
ai progressi ottenuti nel campo della chimica e della fisica, che le sempre più
numerose ricerche conducono alla conoscenza sia dei componenti normalmente
presenti nell'urina, che di quelli che possono comparire in condizioni
patologiche. E' importante ricordare che in questo periodo si assiste
all'introduzione di nuove tecniche di laboratorio che conducono ad una
valutazione quantitativa dei componenti presenti nell'urina. Applicando il
metodo quantitativo sarà possibile fornire alla clinica un ulteriore mezzo
diagnostico.
Soltanto intorno al 1860, soprattutto per
l'opera dell'influenza esercitata in Germania da Justus
von Liebig (1803-1873) e della sua scuola, e da
Claude Bernard (1813-1878) in Francia, si diffuse rapidamente l'uso di
eseguire un certo numero di indagini di laboratorio, compreso l'esame
dell'urina, per la diagnosi delle malattie. In Italia questo nuovo approccio
diagnostico si diffuse più lentamente, ma penso sia doveroso ricordare
Gaetano Primavera, un medico napoletano che
pubblicò quello che a ragione viene ritenuto il primo manuale di chimica clinica
stampato in Italia nel 1873. In realtà si tratta della terza edizione "corretta
ed accresciuta" come scrive l'autore nella presentazione del volume. In questa
edizione la seconda parte del libro è dedicata interamente all'apparato urinario
ed intitolata "delle urine, dei depositi e calcoli urinarii". Dopo alcune
nozioni di fisiologia renale dove vengono portate alcune considerazioni sulle
"ragioni per ammettere che i reni non sono solamente filtri ma anche laboratorii",
vi è una ampia descrizione delle "proprietà generali dell'urina normale" quali:
la quantità giornaliera, peso specifico, reazione, colore, aspetto ed odore.
Segue quindi una altrettanto ampia descrizione delle "proprietà generali
dell'urina patologica". Vi è poi una parte riguardante numerosi metodi analitici
per il dosaggio di numerosi sali presenti nelle urine, dell'urea, albumina, pus
e muco-pus, glucosio e dei pigmenti. Prima della descrizione dei principali tipi
di calcoli urinari vi è un'ampia descrizione "dei depositi urinarii in generale"
come cristalli, cellule epiteliali, cilindri, vibrioni e batteri, talli e spore
vegetali, fibre muscolari.
STUDIO DEL SEDIMENTO URINARIO
All'analisi fisico-chimica delle urine fu
ben presto associato lo studio microscopico del sedimento. Il primo a proporre
questo tipo di indagine fu Rayer (1793-1867) a
Parigi. Iniziò così lo studio sistematico del sedimento urinario con
l'osservazione e la classificazione dei cristalli di fosfato, di urato, di
ossalato, di cistina, lo studio delle cellule epiteliali di provenienza renale o
dall'urotelio, delle cellule di origine ematica (emazie e leucociti), dei
cilindri. A questo proposito non può essere trascurato il libro del medico
napoletano Gaetano Primavera già citato. Per quanto riguarda lo studio dei
batteri bisogna aspettare gli studi del francese Louis
Pasteur (1822-1895) e del premio Nobel per la medicina il tedesco
Robert Koch (1843-1910), i quali dedussero la
diversa origine dei batteri presenti nelle urine, una via ematica discendente
attraverso il glomerulo renale ed una via ascendente a partire dal meato
uretrale. La ricerca dei "microbi" nelle urine, così denominati da
Sédillot nel 1878, aprì le porte a nuovi campi di
ricerca e nuove tecniche di indagine: come la fissazione, differenti tipi di
colorazione (Weigert, 1871), e mezzi di coltura più
appropriati (Kitasato, 1899), necessari per un
riconoscimento dei batteri ed una loro eventuale inoculazione in animali da
laboratorio.
CONCLUSIONI
Uno degli aspetti più affascinanti della
storia della medicina è il gioco di azione e reazione fra medicina e religione
attraverso i secoli. Durante il Rinascimento un abisso si era formato tra l'una
e l'altra, ciascuna avanzando per la propria via. Come abbiamo visto, la
medicina era diventata tanto materialista che le funzioni del corpo umano, nella
buona come nella cattiva salute, erano visti come semplici questioni di chimica
e di fisica.
Claude Bernard, padre della fisiologia e
della sperimentazione moderna, si propose di stabilire i canoni dell'esperienza
obiettivamente condotta. Il vero scienziato, secondo Bernard, non ha un punto di
partenza prestabilito: egli studia la natura, osserva i fatti e in base a questi
formula un'ipotesi, della quale poi accerta la fondatezza o la fallacia mediante
esperimenti. Nell'esperimento non vi è posto per l'immaginazione, per quanto
questa sia indispensabile, prima per concepirlo e dopo per interpretarne i
risultati. Sempre Bernard spiegava che la fisiologia è scienza proprio perché le
sue teorie vengono proposte, controllate, rifiutate e accettate secondo regole
del metodo, la cui norma fondamentale consiste nel trasformare un'idea a priori
in una interpretazione a posteriori fondata sulla conoscenza sperimentale dei
fenomeni. Si parte sempre da idee preconcette: idee preconcette sono quelle del
metafisico o scolastico e quelle dello sperimentatore, con la differenza che lo
scolastico considera la sua idea come una verità assoluta mentre lo
sperimentatore, più modesto, considera la sua idea come un semplice quesito,
come una interpretazione anticipata della natura, interpretazione da cui trae in
modo logico delle conseguenze che confronta ad ogni istante con la realtà
mediante l'esperimento. L'idea sperimentale è quindi un'idea a priori che si
presenta però sotto forma di ipotesi e della quale si giudica la validità
sottoponendone le deduzioni al criterio sperimentale.
Noi possiamo imparare solo con l'attenta
osservazione della realtà, senza applicare a questa le nostre idee.
Per Karl Popper
tutti gli studiosi dopo aver formulato una ipotesi hanno un compito
fondamentale, che non è la semplice "verifica sperimentale", cioè rendere vera
l'ipotesi, ma hanno un compito ancora più importante e difficile cioè quello di
"falsificare l'ipotesi"; intendendo con questo termine la necessità di
continuare ed ampliare gli esperimenti fino a quando non si giunge a verificare
come falsa l'ipotesi stessa.
Questo ci può far intuire come nessuna
ipotesi possa ritenersi vera in assoluto, perché ogni verifica che ce la
conferma non ne aumenta il valore, infatti dopo numerosi esperimenti che l'hanno
confermata, noi od altri sperimentatori possiamo giungere con un ulteriore
esperimento, magari con un approccio differente, a verificare la sua falsità.
Numerosi filosofi, sociologi, medici e
biologi hanno affermato l'unicità del metodo scientifico, secondo il quale le
teorie si costruiscono, si provano, si confermano o si rigettano attraverso
un'unica metodologia.
Non possiamo che confermare ancora di più
la validità dell'affermazione del medico francese Alexis
Carrell (1873-1944), premio Nobel per la medicina nel 1912, riguardante
la descrizione della dinamica del processo conoscitivo, e cioè, che per
conoscere un oggetto si deve ricavare dall'oggetto stesso il metodo per
conoscerlo. Carrell infatti affermava: "Poca osservazione e molto ragionamento
conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla
verità". Infatti impariamo osservando la realtà; non applicando le nostre idee
alla realtà.
L'uroscopia è oggi ormai un ricordo
storico, ma da questa memoria storica si deve partire per valorizzare
l'osservazione attenta ed intelligente degli studiosi del passato.
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